Sarà la fine del libero mercato?
Al G20 s'avanza un nuovo modello: il capitalismo di Stato
E’ improbabile che dal G20 di questo fine settimana arrivi una chiamata forte e chiara alle armi del libero mercato. Improbabile ma certo auspicabile, dice al Foglio Ian Bremmer, presidente del centro di analisi e studi statunitense Eurasia Group. “La crisi globale ha dato nuova linfa al ‘capitalismo di stato’, un sistema adatto per lo più a progettare la crescita a breve termine, mettere le persone di nuovo al lavoro e contenere l’agitazione sociale”. Ma l’opzione statalista che secondo Bremmer è incarnata innanzitutto dai campioni emergenti della ripresa (Cina, India, Russia e paesi del Golfo in testa) e rischia di contagiare l’occidente, è illusoria.

E’ improbabile che dal G20 di questo fine settimana arrivi una chiamata forte e chiara alle armi del libero mercato. Improbabile ma certo auspicabile, dice al Foglio Ian Bremmer, presidente del centro di analisi e studi statunitense Eurasia Group. “La crisi globale ha dato nuova linfa al ‘capitalismo di stato’, un sistema adatto per lo più a progettare la crescita a breve termine, mettere le persone di nuovo al lavoro e contenere l’agitazione sociale”. Ma l’opzione statalista che secondo Bremmer è incarnata innanzitutto dai campioni emergenti della ripresa (Cina, India, Russia e paesi del Golfo in testa) e rischia di contagiare l’occidente, è illusoria: “Solo mercati genuinamente liberi possono generare una prosperità diffusa, sostenibile e duratura nel lungo periodo”. Conclusioni che Bremmer ha difeso anche la settimana scorsa, quando è stato convocato a testimoniare in qualità di esperto dal Congresso americano e ha ribadito che “aumentare le tariffe sulle importazioni cinesi non è una buona idea, perché il protezionismo penalizza innanzitutto gli Stati Uniti e l’occupazione nel nostro paese”.
L’analisi di Bremmer, contenuta nel suo libro “The End of Free Market” – appena uscito negli Stati Uniti per Penguin, sarà pubblicato in ottobre in Italia dal Gruppo 24 Ore –, illumina una divisione che sicuramente attraverserà il vertice di Toronto. Non tanto quella tra gli Stati Uniti, con la loro enfasi sulle misure pro crescita, e l’Europa, concentrata invece a tenere sotto controllo i conti pubblici. “Questa frattura rimane nel campo del ‘libero mercato’. Certo, dopo 30 anni di processo liberalizzatore, la crisi del 2008 ha fatto sì che il pendolo sia tornato indietro, verso un maggiore interventismo pubblico. E forse – aggiunge Bremmer – torneremo perfino troppo indietro. Ma oggi non si può parlare di ‘capitalismo di stato’ a Bruxelles e Washington”. Anche se quest’ultima, aggiunge poi, “si trova ancora oggi in una posizione migliore per difendere il libero mercato”.
Difendere il libero mercato, ma da cosa? Dalla crescente influenza di una nuova specie di capitalismo: “Negli ultimi 21 mesi, i paesi che sono cresciuti di più sono quelli caratterizzati da sistemi nei quali lo stato domina i mercati, soprattutto a fini politici”. L’obiettivo delle élite locali “non è di carattere economico (massimizzare la crescita) ma politico (massimizzare il potere statale e le possibilità di sopravvivenza della stessa leadership)”. Negli Stati Uniti e in Europa, anche dopo l’ondata di salvataggi pubblici, “l’intervento statale è una misura d’emergenza, destinata a rientrare nel tempo”, aggiunge Bremmer. Che nella sua ricerca sottolinea invece i caratteri strutturali del capitalismo a trazione statale: “La politica utilizza in modo caratteristico una serie di istituzioni intermedie, in particolare i gruppi energetici nazionali, imprese a proprietà statale, fondi sovrani”.
Al punto che per esempio l’espressione “Big Oil”, utilizzata tradizionalmente per etichettare le società occidentali tipo Exxon, Shell, Bp, appare ormai datata: queste società possiedono solo il tre per cento delle riserve petrolifere globali e nessuna di loro è nella top 13 delle più grandi – nota Bremmer – mentre oltre i tre quarti delle riserve sono nelle mani delle compagnie nazionali come Aramco (Arabia Saudita), Gazprom (Russia), Nioc (Iran), Pdvsa (Venezuela), Petrobras (Brasile), etc. Non solo: tra 2004 e 2008, 117 società di proprietà statale dei paesi Bric sono entrate tra le 2.000 più importanti del mondo, mentre 239 società private americane, giapponesi, inglesi e tedesche sono uscite dalla lista.
Il caso cinese del “capitalismo di stato” fa addirittura scuola, e la crisi globale lo ha rafforzato in due modi: primo, i fondi stanziati da Pechino per stimolare l’economia sono andati a sostenere soprattutto le imprese statali; secondo, in un mondo a corto di investimenti, i fondi sovrani cinesi – come la China Investment Corporation, con il suo patrimonio da oltre 280 miliardi di dollari gestito da manager con un passato in politica – sono divenuti decisivi.
Il caso cinese del “capitalismo di stato” fa addirittura scuola, e la crisi globale lo ha rafforzato in due modi: primo, i fondi stanziati da Pechino per stimolare l’economia sono andati a sostenere soprattutto le imprese statali; secondo, in un mondo a corto di investimenti, i fondi sovrani cinesi – come la China Investment Corporation, con il suo patrimonio da oltre 280 miliardi di dollari gestito da manager con un passato in politica – sono divenuti decisivi.
Il libero mercato ha quindi le ore contate? Secondo Bremmer no, anche se “all’indomani di una crisi come quella attuale – generata dal fallimento della regolamentazione dei mercati, non dai mercati – è più difficile difendere questo modello. A suo favore però militano ragioni storiche – dal 1980 al 2007 il pil globale è cresciuto del 150 per cento – e non solo: il ‘capitalismo di stato’ all’obiettivo della creazione della ricchezza antepone sempre quello del mantenimento della stabilità del potere, ingabbiando così il processo di ‘distruzione creativa’, e alimentando attriti tra gli stati nazionali”.